Come ricercatrice ho passato anni a studiare cosa intendono le persone per felicità, ho analizzato le definizioni che vengono proposte dai ricercatori accademici, ho messo alla prova i loro modelli e utilizzato diversi strumenti di misurazione. I risultati della mia ricerca scientifica (Ho scritto un articolo pubblicato sul Journal of Happiness Studies dal titolo: The Different Roles of Hedonic and Eudaimonic Motives for Activities in Predicting Functioning and Well‑Being Experiences) supportano ciò che sta al cuore dell’Alchimia Domestica, ovvero che la risposta ai problemi di gestione della propria casa non sta nell’ottenere una casa perfettamente organizzata e dall’estetica impeccabile. Al di là della forma, sono il motivo per cui ci prendiamo cura della nostra casa e la volontà con cui ci impegniamo nelle azioni quotidiane che hanno il potere di provocare la trasformazione interiore verso un funzionamento ottimale.
Ma facciamo un passo indietro, cosa si intende per felicità e cosa ci dice la ricerca accademica? In letteratura si è visto che andare a chiedere alle persone quanto sono felici ci dice ben poco di loro in termini di chi siano veramente. Innanzitutto ognuno adotta criteri e valori totalmente soggettivi per giungere a un giudizio su quanto si sente felice o soddisfatto della propria vita, dunque i ricercatori adottano indicatori molto generici (“In generale, quanto sei soddisfatto della tua vita su una scala da 1 a 10?”) proprio per scavalcare questa difficoltà; con questo metodo si possono confrontare gruppi di individui, ad esempio valutare il livello di felicità in nazioni diverse, oppure la differenza fra gruppi con caratteristiche socioeconomiche diverse, ad esempio disoccupati rispetto a occupati, o ricchi rispetto a poveri, ma questo approccio ci dice ben poco dell’individualità e dell’interiorità delle singole persone.
Per questo alcuni ricercatori hanno proposto di focalizzarsi più che sulla risposta finale, ovvero sulla soddisfazione generale per la vita, sulla motivazione che spinge un individuo a vivere, ovvero, che tipo di felicità sta cercando? È qui che entra in gioco la distinzione tra Edonia ed Eudaimonia, ovvero il dualismo fondamentale tra il "sentirsi bene" e il "funzionare bene". Questa dicotomia affonda le sue radici direttamente nella filosofia greca classica, che ancora oggi fornisce l'impalcatura teorica per i ricercatori moderni.
L'approccio edonico (dal greco hedoné, piacere) si concentra sul piacere, sull'evitamento del dolore e sulla soddisfazione immediata. Il massimo esponente fu Aristippo di Cirene, il quale sosteneva che lo scopo della vita fosse massimizzare il piacere sensoriale nel momento presente. Anche l'Epicureismo, pur essendo più moderato, rientra in questa sfera cercando l'assenza di dolore (atarassia).
Il termine eudaimonia combina eu (buono) e daimon (spirito/guida interiore). Aristotele, nell'Etica Nicomachea, criticò l'edonia pura, sostenendo che la vera felicità consiste nel vivere in accordo con la propria virtù (areté) e nel realizzare il proprio "vero sé". L'approccio eudaimonico si focalizza sulla realizzazione del potenziale umano, sul significato e sulla crescita personale, anche quando questi comportano sforzo o disagio temporaneo. Questa concettualizzazione stabilisce che il benessere non è solo un risultato o uno stato finale, piuttosto è un processo di realizzazione della propria natura, di attualizzazione del proprio potenziale virtuoso e del vivere interamente come uno ha coscientemente intenzione di vivere.
Ma come si traducono queste astrazioni filosofiche nei nostri gesti più semplici? Nella mia ricerca ho osservato come questi due orientamenti cambino radicalmente il nostro modo di agire.
Prima di osservare i dati, chiariamo un termine psicologico: il coping. Immagina il coping come la "cassetta degli attrezzi" per la vita, l'insieme di strategie, pensieri e azioni che mettiamo in atto quando ci troviamo di fronte a un problema, a uno stress o a una situazione difficile. Esistono attrezzi adattivi, che risolvono il problema e ci fanno crescere, e attrezzi disfunzionali, che ci danno un sollievo immediato ma peggiorano le cose nel tempo.
La mia ricerca ha rivelato che il modo in cui cerchiamo la felicità influenza direttamente quali "attrezzi" scegliamo dalla nostra cassetta. Farò alcuni esempi che riguardano la modalità di gestione della casa, che si riflette poi in altre aree della vita.
I dati mostrano che chi agisce con l'obiettivo di crescere e dare un senso a ciò che fa (Eudaimonia), usa gli strumenti migliori, che sono:
Coping Attivo e Pianificazione: Invece di farsi schiacciare dal disordine, queste persone analizzano la situazione e fanno un piano d'azione.
Soppressione delle attività concorrenti: Sanno dare priorità. Se decidono di occuparsi di un angolo della casa, spengono il telefono e si concentrano solo su quello.
Rivalutazione positiva e crescita: Vedono la fatica non come una punizione, ma come un'opportunità per imparare qualcosa su di sé. Ad esempio notano come la riorganizzazione degli oggetti in cucina permette loro di risparmiare tempo e non dover più rovistare nel disordine per cercare ciò di cui si ha bisogno.
Ricerca di supporto: Hanno l'umiltà e l'intelligenza di chiedere aiuto o consiglio quando serve.
Cosa NON fanno: Non mollano (disimpegno comportamentale), anche se è difficile, restano presenti.
L'orientamento edonico, in particolare l’orientamento al relax, che corrisponde all’evitamento del dolore, mette in luce che chi cerca costantemente di scaricare la tensione e stare comodo, spesso usa gli attrezzi sbagliati:
Strategie di evitamento: Invece di affrontare il problema, lo evitano.
Umorismo e Accettazione passiva: Possono riderci su o dire "va bene così", ma non fanno nulla per cambiare la situazione. È una forma di rassegnazione.
Strategie dannose: Nei casi peggiori, la ricerca del comfort personale a tutti i costi porta alla negazione ("il problema non esiste"), al disimpegno mentale (perdersi per ore sui social per non vedere la casa sporca) o, in casi estremi, all'uso di sostanze per non sentire il disagio.
Molte persone pensano che per stare bene in casa serva solo "rilassarsi". Ma la mia ricerca dimostra che essere motivati a cercare esclusivamente il relax può portare a ignorare i buchi nel tetto che si ha sopra la testa, siano essi metaforici o reali.
L'Alchimia Domestica trasforma il "piombo" dell’orientamento al comfort e all’inerzia, nell’"oro" dell’orientamento eudaimonico. Insegna a usare la casa come una palestra per allenare il Coping Attivo. La casa rappresenta l'ambiente a bassa resistenza dove allenare muscoli psichici che poi useremo nel mondo. Quando smettiamo di evitare quella stanza sporca o quell'armadio strapieno e iniziamo a lavorarci con consapevolezza e piano d'azione, non stiamo solo pulendo, ci stiamo allenando a non scappare davanti alle difficoltà della vita, stiamo trasformando l'evitamento in presenza. Questa è la vera trasmutazione alchemica.
Il motore fondamentale del processo di cambiamento è l’azione, modificare le pratiche di gestione quotidiana del proprio ambiente per provocare una trasformazione del funzionamento interiore in tutte le aree della vita. È come cominciare a versare acqua in un’aiuola che stiamo curando sulla sommità di una collina; da lassù l’acqua deborderà, si farà strada, formerà rivoli e irrigherà il terreno sottostante, i semi sparsi sul terreno arido avranno adesso la forza di germogliare e cresceranno rigogliosi. Da un impegno e una cura amorosa rivolti in un ambito specifico della propria vita, i frutti si vedranno anche là dove pensavamo di non aver messo mano.
Questa irrigazione interiore non è un processo casuale, ma segue tappe precise. Per dare una struttura a questo lavoro di osservazione e allenamento alla volontà, mi avvalgo di una mappa preziosa: la distinzione di Rudolf Steiner tra le diverse 'voci' della nostra anima, in particolare la distinzione tra anima che sente, anima che ragiona e anima cosciente (approfondisci qui).
Poiché le persone partono da diversi livelli di evoluzione, il mio compito è quello di dare loro le istruzioni fondamentali su come funziona la psiche umana, far scoprire loro le proprie caratteristiche fondamentali, analizzare i punti di forza e di debolezza della propria personalità, renderle coscienti il più possibile di ciò che le muove internamente.
Possiamo semplificare così le tappe del percorso di crescita della propria anima, che parte da un addomesticamento dell’anima che sente per accrescere la parte più alta e cosciente:
Anima Senziente: È la sede dell'impulso edonico puro, della reazione simpatia/antipatia, del "mi sento di farlo / non mi va".
Anima Razionale: È dove iniziamo a mediare, a pianificare, a capire che il disordine ci fa male.
Anima Cosciente: È dove avviene l'Alchimia. È l'Io che prende in mano lo straccio non perché "deve", ma perché riconosce nell'azione un atto di libertà e creazione di senso.
Una delle resistenze più grandi alla crescita della propria anima cosciente è l’insieme di credenze e strutture di pensiero nella nostra società occidentale che spingono proprio all'edonismo, al "fai ciò che ti fa stare bene". Dobbiamo sciogliere il più pericoloso degli equivoci contemporanei: c’è una differenza abissale tra il sentirsi bene (spesso un semplice anestetico per non soffrire) e il sentire il Bene (un atto cosciente di volontà).
Ciò che mi fa stare bene secondo la mia anima che sente non è detto che sia davvero la cosa giusta, perciò è importante imparare a riconoscere quali sono le voci interiori che ci parlano: è l'egoismo della mia anima che sente? oppure riesco a distaccarmi e guardare da un po' più in alto e sto usando l'anima che ragiona? L'obiettivo è andare sempre più in alto e far crescere l'anima cosciente, ovvero non ciò che ci suggerisce il mondo esterno o l’egoismo personale, ma ciò che di più vero e puro già abbiamo in noi stessi in forma germinale.
Ogni giorno provo a chiedermi: cosa sto nutrendo? La mia comodità o la mia libertà?