L’anima che sente è quella dimensione interiore in cui ciò che incontriamo non resta neutro: qualcosa ci tocca, ci attrae, ci respinge, ci entusiasma o ci ferisce. Attraverso il sentire il mondo entra in noi e noi entriamo in relazione con il mondo. Senza il sentire, il pensiero resterebbe astratto e il volere meccanico; con il sentire, invece, ciò che pensiamo acquista valore e ciò che vogliamo trova un motivo.
Proprio per questa sua centralità, il sentire è anche la zona più esposta dell’anima. È il punto in cui l’essere umano può facilmente perdere il proprio centro, perché il sentire nasce spontaneamente e reagisce con immediatezza. Nell’esperienza quotidiana esso tende a organizzarsi in polarità semplici: mi piace / non mi piace, mi fa stare bene / mi fa stare male. Questa modalità è naturale, soprattutto nelle prime fasi della vita, ma diventa problematica quando l’anima si identifica completamente con queste reazioni.
Il rischio dell’abbandonarsi al “mi piace / non mi piace” è che il sentire smetta di essere strumento e diventi fine a se stesso, ricerca di piacere ed evitamento del dolore. L’anima allora non ascolta più il pensare né prepara il volere, ma reagisce, oscilla, si chiude o si esalta senza orientamento.
Quando il sentire domina senza essere guidato, può accadere che ciò che dà piacere venga scambiato per ciò che è buono, ciò che provoca disagio venga rifiutato anche quando è necessario o vero, le relazioni si basino sulla risonanza emotiva momentanea, non sulla comprensione, l’Io perda stabilità e si adatti continuamente all’umore del momento.
In questa condizione l’anima non matura, perché resta legata al principio del piacere e del dispiacere, che appartiene agli strati più basici del corpo astrale. Il sentire, invece di essere uno spazio di incontro con il mondo, diventa un luogo di chiusura o di dipendenza.
La maturazione del sentire non consiste nel reprimerlo o nel raffreddarlo, ma nel disciplinarlo attraverso un pensare che illumini e un volere che sia amoroso.
Qui l’amore gioca un ruolo decisivo. L’amore, nella sua forma più alta, non coincide con il “mi piace”, ma libera il sentire dall’egoismo emotivo e lo rende uno strumento dell’Io.
Quando il sentire è attraversato dall’amore, l’anima non si lascia più determinare solo dalle simpatie e dalle antipatie, ma sviluppa una sensibilità morale. Essa impara a percepire non solo ciò che piace, ma ciò che è giusto, vero o necessario in una determinata situazione. Il sentire diventa allora una forza di orientamento.
Si può dire che il sentire è il luogo in cui l’anima rischia di perdersi, ma anche il luogo in cui può profondamente maturare. Se resta abbandonato al “mi piace / non mi piace”, l’essere umano rimane prigioniero delle proprie reazioni. Se invece il sentire viene accolto, illuminato e guidato dall’Io attraverso l’amore, esso diventa il cuore vivo dell’anima: ciò che rende possibile una libertà che non è fredda, ma umana, partecipe e creativa.