La cultura del piacere promette felicità ma conduce al baratro, producendo illusione e vuoto; tuttavia, proprio attraversando l’errore e la sofferenza, l’essere umano può maturare e aprirsi a un senso più autentico dell’esistenza.
La cultura dominante dell’Occidente contemporaneo è fortemente improntata all’individualismo, al materialismo e al consumismo. Viviamo in una società che ricerca il piacere edonico, inteso come piacere sensoriale immediato, e questo orientamento viene costantemente rinforzato dall’esterno: dai media e dalla pubblicità, dalle espressioni artistiche più diffuse come il cinema e la musica, dalle istituzioni e dai social media. Anche quando l’individuo si rivolge all’esplorazione di dimensioni interiori, attraverso percorsi di crescita personale, psicologica o spirituale, i messaggi dominanti tendono comunque a ricondurre tutto alla mera considerazione del benessere personale, inteso come minimizzazione del disagio e massimizzazione della soddisfazione.
Consigli apparentemente innocui, come mettiti al primo posto, pensa a stare bene, distraiti, non sono così positivi come sembrano. Essi contribuiscono ad addomesticare il consumatore medio: un individuo che ha bisogno di continui stimoli per generare nuovi desideri, e dunque di denaro, e quindi di lavoro, per mantenere in equilibrio il proprio assetto edonico, riducendo la sofferenza e aumentando il piacere attraverso il consumo di ciò che il mercato rende disponibile. Quante forme di dipendenza e assuefazione attraversano le nostre vite senza che ce ne rendiamo conto? Basti pensare all’alimentazione, come zuccheri in eccesso, alcool, caffeina, ma soprattutto all’uso improprio degli smartphone, che permettono di appagare senza sforzo una quantità impressionante di desideri: shopping compulsivo, gioco d’azzardo, gaming, pornografia. Consumismo e distrazione di massa, propaganda orizzontale mediata dagli influencer: una società che rischia costantemente di farci perdere di vista il significato più profondo dell’esistenza umana.
Forti pressioni esterne ci spingono così a dimenticare la nostra natura sociale, il nostro bisogno di relazioni autentiche e durature. Siamo incoraggiati a rimanere eterni adolescenti, mentre l’egoismo viene portato alle sue estreme conseguenze. Ne deriva una continua ricerca di persone e situazioni capaci di soddisfare i propri bisogni, seguita da una altrettanto continua delusione, poiché né amici né partner riescono davvero a colmare il vuoto interiore. È il nichilismo edonista: se la vita non ha un senso ultimo, allora l’unica cosa che resta è inseguire la soddisfazione dei propri desideri. Che altro si può fare?
E se questa prospettiva fosse radicalmente fuorviante?
False aspirazioni, valori distorti e promesse di felicità ci attraggono come moscerini verso una luce al neon: ci avviciniamo fino a scottarci, a stordirci, ci allontaniamo e poi torniamo, più volte, anche quando l’esperienza è dolorosa e potenzialmente distruttiva. L’attrazione è forte, spesso irresistibile, e non è immediato rendersi conto che quella luce è falsa. Ma forse è proprio questo il punto, siamo fatti così, siamo esposti all’errore, inclini all’illusione, vulnerabili al desiderio. La nostra civiltà, del resto, ha allentato solo da pochissimo tempo le maglie del controllo esterno: non siamo più soggiogati da rigide norme morali, non è più così pericoloso vivere al di fuori degli schemi sociali. Cento anni fa una donna poteva rischiare la vita per il “disonore” di una relazione fuori dal matrimonio. Oggi siamo immensamente più liberi — e proprio per questo anche più liberi di sbagliare.
Il baratro, quando ci si cade dentro, è reale e fa male. Il dolore non è simbolico né illusorio, e l’inganno può imprigionare a lungo. Non tutti riescono a liberarsene facilmente, e non sempre se ne esce da soli. Eppure, quando si trova la forza di cambiare prospettiva, di accettare l’aiuto e di non identificarsi più con la realtà falsa che ci ha sedotti, diventa possibile risalire. Solo da quel fondo, spesso, si intravede una luce diversa: non quella artificiale che abbaglia e consuma, ma una luce vera, il sole.
Il cielo non è indifferente al nostro destino. Esso ci guida, talvolta con dolcezza, talvolta con durezza, verso ciò che è vero e sostanziale. Per farlo permette e utilizza l’errore, l’illusione, la caduta. Non perché il male sia un bene, ma perché può essere ricondotto a un disegno più ampio, che supera la nostra comprensione immediata. Solo a posteriori, attraversando le conseguenze delle nostre scelte sbagliate, ciò che abbiamo vissuto può acquistare senso: la caduta diventa allora un luogo di apprendimento e il dolore dell’errore un passaggio necessario.
Come bambini che imparano non perché qualcuno spiega loro il mondo, ma perché lo toccano e talvolta si fanno male, cresciamo non evitando ogni sbaglio, ma attraversandolo. È così che, poco a poco, la vita ci educa; non ci risparmia la ferita, ma ci invita a trasformarla in consapevolezza e in apertura a un bene più grande di quello che avevamo inizialmente cercato.